Guerra e filosofia

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Quando la guerra si manifesta nella sua atroce evidenza, la filosofia si rivela come un soffio impercettibile, uno spirito errante incapace di abitare l’istante del mondo. Essa dimora ai confini dell’essere, nell’attesa trepidante che precede lo scoppio, quando ancora è possibile custodire il fragile equilibrio della pace; oppure giunge tardiva, nel momento successivo, a raccogliere i cocci dispersi di un’umanità ferita, cercando di rammendare l’anima del mondo, accompagnare il lutto, risanare la giustizia infranta, e risvegliare una moralità tramortita.

Ma nell’ora suprema della distruzione, quando la materia stessa viene violentemente strappata al proprio ordine e trasformata in macerie fumanti, quando la morte attraversa indisturbata gli spazi del vivere – scuole, ospedali, case – annientando indistintamente corpi innocenti e destini, quando l’essere umano è ridotto a sopravvivere nelle tenebre di cantine oscure, afflitto da fame, dolore e sete, allora la filosofia tace, sospesa, disarmata di fronte al puro orrore della realtà. È in questa nudità del dolore assoluto che la metafisica si arresta sull’orlo dell’inesprimibile, contemplando impotente il mistero oscuro della tragedia umana.

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